
7 settembre 2000
DOPO IL TRAMONTO
“Sarebbe rimasto ore ad osservare il tremulo sorriso della candela al buio; il vento giocava con la sua debolezza, ne definiva traiettorie, ne disegnava forme e sentieri.
Il piccolo raggio di sole della notte si contraeva febbrilmente fino a diventare di un azzurro terso per poi incresparsi di nuovo, prima di morire sotto un colpo più intenso.
Trovò la serata bella, ma non piacevole, fisso il celo colmo di stelle, poi la città lontana; con meraviglia la scoprì accogliente piena di luci e di silenzio.
Un treno passato da poco faceva risuonare la campagna e gli parve di sentire sulle guance il calore dei binari, il fremito esasperato dell’attesa.
Gli venne in mente di quando si divertiva a contare i vagoni merci; avrebbe voluto farlo ancora, ma sapeva che non ci sarebbe mai più riuscito, mai più con la stessa attenta scrupolosità con la quale i bambini amano ricoprirsi quando giocano.
Qualcosa lo scosse; da qualche minuto saliva il pianto sommesso di una bambina che chiamava la madre.
La voce sembrava troncarlesi in gola, poi per un momento rimanere sospesa nel silenzio fino a che un singhiozzo nuovo non le dava respiro e coraggio.
Di lontano percepì gli ardori e le luci di una partita di calcio, le urla di protesta e di gioia lo distrassero per qualche attimo, poi si placarono e non gli prestò più molta attenzione.
Fissò di nuovo il portacandele bianco a forma di stella e vi ci soffiò sopra; tutto si fece buio ed un sottile ricamo di fumo gli inasprì le narici.
Adagiò il rosario sullo scanno di legno, si alzò e si portò al balcone.
Guardò in basso e vide il bianco della luna riflettersi sulla strada.
Avrebbe voluto vedersi su quel viale giacere disteso, forse morto; un passante lo avrebbe voltato con orrore e dopo aver soffocato un grido sarebbe corso a chiamare aiuto; forse sarebbe rimasto lì tutta la notte finchè il giorno non avrebbe potuto fare a meno di raccogliere i suoi resti.
Rise di questo suo pensiero; in un momento si accorse di essere stanco, pensò che doveva essere tardi e infilandosi l’anello al dito si rimise a sedere lasciandosi crollare nell’ombra della sedia.
Le pupille gli si erano dilatate e ormai poteva riconoscere le forme dell’oscurità.
Un palo della luce attirò la sua attenzione; si ricordò che gli avevano spiegato come facessero gli uccelli a posarsi sui fili della corrente, ma non riusciva proprio a rammentare quando glielo avessero detto e gli sembrò allora di averlo sempre saputo e di non averlo mai imparato.
Portò la testa tra le mani e dopo aver sorriso pianse disperato sul suo cuore denso di sapori troppo nuovi.
Un battito continuo e greve gli riempì le tempie e il freddo sembrò gelargli le ossa e i pensieri.
Restò muto anche a se stesso.
L’ansia gli accarezzò la fronte, gli baciò la bocca e per poco si sentì perso senza capire come.
Gli pareva di essere precipitato per chilometri in un abisso orribile.
In un solo momento respirò l’angoscia di una sera; voleva ancora piangere, ma nessuna lacrima seppe più bagnargli il viso pallido e scarno.
La soffitta si fece gelida, il cuore gli batteva forte; cercò di accendere di nuovo la candela, ma si mosse impacciato, vuoto , senza senso né pensiero.
Scavò allora dentro di sé trovandovi un profondo malessere; alzò gli occhi verso le stelle lontane; capì: si era sentito solo in quella notte dopo il tramonto.”
Ho scritto questo racconto più di cinquant’anni fa, negli anni della mia maturità classica.
Ero incredibilmente innamorato di una mia compagna di scuola, ma i nostri mondi erano lontanissimi; il suo rifiuto come la mia ostinazione, era incrollabile.
Nei mesi di quella passione frustrata mi sentii, per la prima volta in vita mia, vicino alla pura disperazione, per la prima volta pensai di darmi la morte.
Dopo cinquant’anni ritrovo le stesse vibrazioni di quei giorni; dopo questo lungo vuoto di vita, riabbraccio quel desiderio così distante, quando tutto intorno a me è mutato.
Quelle pagine così lontane, perdute da tanto tempo mi ritornano ora come u gioco sottile del destino, come un intreccio di predestinazioni, di fili multicolori che il logorio dell’esperienza non ha roso e che tornano ora a riabbracciare il mio corpo esile, le mie ossa senili, il mio sguardo di pensatore a riposo.
