
6 settembre 2000
Negli anni dell’università ho viaggiato spesso su un treno regionale; di quelli squallidi e maleodoranti, ai quali sono destinati gli ultimi binari, quasi sempre senz’acqua e assolutamente sempre in cronico ritardo.
Nelle mattinate, solitamente, ne partivano quattro o cinque; erano dipinti tutti in bianco e verde, tutti facevano la stessa corsa, tutti le stesse interminabili fermate.
Ricordo con estrema lucidità una mattina in cui il paesaggio mi sembrò talmente diverso che, in un momento, ebbi l’angosciosa sensazione di aver sbagliato treno.
In realtà non sarebbe stato possibile un errore del genere perché dalla nostra piccola città non partivano che pochissimi treni ed era inconcepibile confonderli con i nostri regionali.
Mi ero, e me ne resi conto un attimo dopo, semplicemente seduto nella parte destra del treno, anziché nella sinistra, come era mia solita abitudine.
Mi sorprendeva questo scenario così inspiegabilmente mutato e ancor di più mi sorprendeva il fatto di non essermi mai seduto, in tre anni, nella parte destra del treno.
“L’abitudine ci rende ciechi- riflettevo mentre tutte quelle nuove colline mi si svolgevano dinnanzi in riflesso, attraverso l’opaca trasparenza dei vetri sporchi- e ancor più ciechi ci rende la sicurezza della nostra personale visione del mondo”.
Oggi di quel ricordo mi sorprende la straordinaria chiarezza con la quale mi ritorna e la limpidezza della mia immagine seduta nella parte destra del treno, tra la valigetta verde ed il mio stupore.
Erano gli anni in cui la mia maturità prendeva consistenza, assimilava contenuti, valutava le esperienze per farne, in ogni modo, un piccolo bagaglio; anche la mia vita, la vita in genere, andava divenendo un punto di vista ambivalente, un gioco di posizioni estreme in cui tutto si stravolgeva in eccessi lontanissimi tra di loro.
Adesso come allora, tutto questo fa parte del mio carattere; nella mia vecchiaia, purtroppo, nulla di veramente saggio mi hanno insegnato i reumi e gli acciacchi, se si eccettua una diffidenza meticolosa nei confronti della medicina e degli ospedali, dottori compresi.







