domenica 23 gennaio 2011

SAN DOMENICO


AD OTTOBRE IL PDL CERCA DI FAR PASSARE UN EMENDAMENTO CHE SPOSTA LE COMPETENZE SU REATI COME LA PROSITUZIONE MINORILE DALLE GRANDI PROCURE ALLE PICCOLE.....CIOE' DA MILANO..PER ESEMPIO....A MONZA...PER ESEMPIO.....POI L'EMENDAMENTO E' STATO BLOCCATO SAPETE GRAZIE A QUALE POLITICO?...A NESSUNO....PERCHE' L'EMENDAMENTO E' STATO BOCCIATO GRAZIE ALL'INTERVENTO DI VULPIANI DOMENICO.
DOMENICO VULPIANI E' IL CAPO DELLA POLIZIA POSTALE CHE SI E' RESO CONTO SUBITO DELLA PERICOLOSITA' DELL'EMENDAMENTO.
L'EMENDAMENTO RIGUARDAVA ANCHE IL MATERIALE PEDO-PORNOGRAFICO.
ANCORA UNA VOLTA PER SALVARE BERLUSCONI DA UN PROCESSO STAVANO DANDO VITA AD UNA LEGGE CHE AVREBBE STRONCATO LA CAPACITA' INVESTIGATIVA IN UN SETTORE COSI' DELICATO.
DOVE ERANO LE PARLAMENTARI DEL PDL E DOVE ERANO I PARLAMENTARI DELL'OPPOSIZIONE?
UN GRAZIE A DOMENICO VULPIANI.

martedì 6 luglio 2010

I RIGOLI SOTTILI DEL TRAPASSO 2


7 settembre 2000


DOPO IL TRAMONTO


“Sarebbe rimasto ore ad osservare il tremulo sorriso della candela al buio; il vento giocava con la sua debolezza, ne definiva traiettorie, ne disegnava forme e sentieri.
Il piccolo raggio di sole della notte si contraeva febbrilmente fino a diventare di un azzurro terso per poi incresparsi di nuovo, prima di morire sotto un colpo più intenso.
Trovò la serata bella, ma non piacevole, fisso il celo colmo di stelle, poi la città lontana; con meraviglia la scoprì accogliente piena di luci e di silenzio.
Un treno passato da poco faceva risuonare la campagna e gli parve di sentire sulle guance il calore dei binari, il fremito esasperato dell’attesa.
Gli venne in mente di quando si divertiva a contare i vagoni merci; avrebbe voluto farlo ancora, ma sapeva che non ci sarebbe mai più riuscito, mai più con la stessa attenta scrupolosità con la quale i bambini amano ricoprirsi quando giocano.
Qualcosa lo scosse; da qualche minuto saliva il pianto sommesso di una bambina che chiamava la madre.
La voce sembrava troncarlesi in gola, poi per un momento rimanere sospesa nel silenzio fino a che un singhiozzo nuovo non le dava respiro e coraggio.
Di lontano percepì gli ardori e le luci di una partita di calcio, le urla di protesta e di gioia lo distrassero per qualche attimo, poi si placarono e non gli prestò più molta attenzione.
Fissò di nuovo il portacandele bianco a forma di stella e vi ci soffiò sopra; tutto si fece buio ed un sottile ricamo di fumo gli inasprì le narici.
Adagiò il rosario sullo scanno di legno, si alzò e si portò al balcone.
Guardò in basso e vide il bianco della luna riflettersi sulla strada.
Avrebbe voluto vedersi su quel viale giacere disteso, forse morto; un passante lo avrebbe voltato con orrore e dopo aver soffocato un grido sarebbe corso a chiamare aiuto; forse sarebbe rimasto lì tutta la notte finchè il giorno non avrebbe potuto fare a meno di raccogliere i suoi resti.
Rise di questo suo pensiero; in un momento si accorse di essere stanco, pensò che doveva essere tardi e infilandosi l’anello al dito si rimise a sedere lasciandosi crollare nell’ombra della sedia.
Le pupille gli si erano dilatate e ormai poteva riconoscere le forme dell’oscurità.
Un palo della luce attirò la sua attenzione; si ricordò che gli avevano spiegato come facessero gli uccelli a posarsi sui fili della corrente, ma non riusciva proprio a rammentare quando glielo avessero detto e gli sembrò allora di averlo sempre saputo e di non averlo mai imparato.
Portò la testa tra le mani e dopo aver sorriso pianse disperato sul suo cuore denso di sapori troppo nuovi.
Un battito continuo e greve gli riempì le tempie e il freddo sembrò gelargli le ossa e i pensieri.
Restò muto anche a se stesso.
L’ansia gli accarezzò la fronte, gli baciò la bocca e per poco si sentì perso senza capire come.
Gli pareva di essere precipitato per chilometri in un abisso orribile.
In un solo momento respirò l’angoscia di una sera; voleva ancora piangere, ma nessuna lacrima seppe più bagnargli il viso pallido e scarno.
La soffitta si fece gelida, il cuore gli batteva forte; cercò di accendere di nuovo la candela, ma si mosse impacciato, vuoto , senza senso né pensiero.
Scavò allora dentro di sé trovandovi un profondo malessere; alzò gli occhi verso le stelle lontane; capì: si era sentito solo in quella notte dopo il tramonto.”


Ho scritto questo racconto più di cinquant’anni fa, negli anni della mia maturità classica.
Ero incredibilmente innamorato di una mia compagna di scuola, ma i nostri mondi erano lontanissimi; il suo rifiuto come la mia ostinazione, era incrollabile.
Nei mesi di quella passione frustrata mi sentii, per la prima volta in vita mia, vicino alla pura disperazione, per la prima volta pensai di darmi la morte.
Dopo cinquant’anni ritrovo le stesse vibrazioni di quei giorni; dopo questo lungo vuoto di vita, riabbraccio quel desiderio così distante, quando tutto intorno a me è mutato.
Quelle pagine così lontane, perdute da tanto tempo mi ritornano ora come u gioco sottile del destino, come un intreccio di predestinazioni, di fili multicolori che il logorio dell’esperienza non ha roso e che tornano ora a riabbracciare il mio corpo esile, le mie ossa senili, il mio sguardo di pensatore a riposo.

domenica 27 giugno 2010

I RIGOLI SOTTILI DEL TRAPASSO 1


6 settembre 2000


Negli anni dell’università ho viaggiato spesso su un treno regionale; di quelli squallidi e maleodoranti, ai quali sono destinati gli ultimi binari, quasi sempre senz’acqua e assolutamente sempre in cronico ritardo.
Nelle mattinate, solitamente, ne partivano quattro o cinque; erano dipinti tutti in bianco e verde, tutti facevano la stessa corsa, tutti le stesse interminabili fermate.
Ricordo con estrema lucidità una mattina in cui il paesaggio mi sembrò talmente diverso che, in un momento, ebbi l’angosciosa sensazione di aver sbagliato treno.
In realtà non sarebbe stato possibile un errore del genere perché dalla nostra piccola città non partivano che pochissimi treni ed era inconcepibile confonderli con i nostri regionali.
Mi ero, e me ne resi conto un attimo dopo, semplicemente seduto nella parte destra del treno, anziché nella sinistra, come era mia solita abitudine.
Mi sorprendeva questo scenario così inspiegabilmente mutato e ancor di più mi sorprendeva il fatto di non essermi mai seduto, in tre anni, nella parte destra del treno.
“L’abitudine ci rende ciechi- riflettevo mentre tutte quelle nuove colline mi si svolgevano dinnanzi in riflesso, attraverso l’opaca trasparenza dei vetri sporchi- e ancor più ciechi ci rende la sicurezza della nostra personale visione del mondo”.
Oggi di quel ricordo mi sorprende la straordinaria chiarezza con la quale mi ritorna e la limpidezza della mia immagine seduta nella parte destra del treno, tra la valigetta verde ed il mio stupore.
Erano gli anni in cui la mia maturità prendeva consistenza, assimilava contenuti, valutava le esperienze per farne, in ogni modo, un piccolo bagaglio; anche la mia vita, la vita in genere, andava divenendo un punto di vista ambivalente, un gioco di posizioni estreme in cui tutto si stravolgeva in eccessi lontanissimi tra di loro.
Adesso come allora, tutto questo fa parte del mio carattere; nella mia vecchiaia, purtroppo, nulla di veramente saggio mi hanno insegnato i reumi e gli acciacchi, se si eccettua una diffidenza meticolosa nei confronti della medicina e degli ospedali, dottori compresi.

sabato 19 giugno 2010

LUNGA VITA A SARAMAGO


Dopo aver messo un cappio alla figura di Gesù, strangolandone tutti i contorni indesiderati, la chiesa, mi verrebbe da scrivere, la chiesetta, stringe la corda da secoli anche intorno a chiunque ponga dei dubbi.
Dopo averci restituito un'immagine del cristo ritoccata al Photo Shop, non parliamo di quella della madonna,la chiesa da secoli come un qualunque partito politico, attacca con parole apocalittiche, degne del miglior Berlusoni contro la magistratura, chiunque l'abbia criticata e nicchia su tutto il resto, al di la della statura morale del personaggio.
Mi sarebbe piaciuto leggere articoli così espliciti anche nei confronti per esempio di un Berlusconi, ma questo non può avvenire perchè non essendo di sinistra, si fa per dire, non può essere attaccato così duramente anche se i suoi comportamenti sono dieci mila volte più indegni di quelli di un Saramago.
Saramago muore e la chiesa parla, attacca, con quella rabbia così gratuita che le è particolarmente cara quando si sente ferita.
Se qualcuno leggesse gli ultimi interventi di Saramago capirebbe che al di la del grandissimo scrittore, cosa che alla santa sede interessa evidentemente poco, si è persa in Europa una voce forte e autorevole capace di vedere lucidamente i pericoli di certe direzioni autoritarie che alcuni stati europei stanno prendendo.
Poichè Saramago non credeva in dio non aveva il diritto, secondo la chiesa, di parlarne....ma io mi chiedo sgomento come gente laureata che ha studiato filosofia e telogia possa scrivere cose del genere.
Evidentemente si ha il diritto di parlare di dio solo dopo essersi uniformati al 99 per cento ai dettami cattolici ( l'un per cento di rimanenza libertaria serve per tenere vivo il dibattito).
La presunzione di pensare di poter essere l'unica istituzione in grado di dare una esatta lettura dei vangeli, della figura del cristo e di dio non sono nient'altro che le grida scomposte di chi sa bene di essersi data da sola un'autorità che nessun dio le ha mai concesso.
Allora Saramago può criticare la chiesa e la chiesa non può criticare Saramago?
Certamente...ma innanzi tutto la chiesa dovrebbe usare i toni evangelici e non quelli di satana..e poi bisognerebbe andare a valutare i contenuti delle critiche.
La chiesa lancia contro Saramago degli anatemi del tutto teorici, lo accusa di non essere un buon teologo ( mi viene da ridere mentre lo scrivo ), di essere un materialista..lo accusa in pratica perchè parla e perchè parla di dio in modo che alla chiesa non piace...tutto qui...in pratica la chiesa non potendo criticare il contenuto di quello che Saramago scrive cerca di boicottarne il punto di vista..quello che dici può essere anche vero ma non lo puoi dire perchè non sei un teologo cristiano....la chiesa ha comprato mezza Roma, tante case altrove, ma per fortuna non potrà mai comprare dio...a meno che non faccia un'offerta come si deve.

venerdì 18 giugno 2010

vivere




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“Così le ho detto Marco, è stato un momento magnifico…Lei mi ha guardato e ha detto semplicemente : “era ora…”, è stato il momento più bello della mia vita”
“Luigi non dovresti farlo…”
“E perché non dovrei? Io l’amo e per me è vita, mi piace tutto di lei: la sua mente, i suoi pensieri, il suo modo di giocare, la sua intelligenza, la sua ironia… pensa, sabato sera siamo andati a teatro a vedere il Macbeth, davanti a noi c’era una signora con un cappello improponibile che aveva un’enorme piuma…Marta si è avvicinata all’uomo che l’accompagnava, penso il marito, e le ha detto: “Senta, gli animali non possono entrare”, poi si è girata verso la signora e ha fatto finta di rimanere sorpresa nel vedere che era donna, si è per giunta scusata dicendo che l’aveva scambiata per uno struzzo! Capisci, uno struzzo… incredibile, stavo morendo dal ridere…”
“Sei stanco, vero?”
“Di quale stanchezza parli? Io mi sento forte… mi fa sentire vivo… con lei è diverso rispetto alle altre…la settimana scorsa lo abbiamo fatto in un letto di petali… mi sono fermato dal fioraio, quello vicino casa, il De Girolamo, gli ho chiesto delle rose, due bianche, due rose, due rosse e due blu, mi fa : “gliele incarto?”, “no, non serve”; infatti appena me le ha date ho strappato i petali e li ho messi in una busta, lui a momenti piangeva…poi a casa li ho sparsi nel letto…puoi immaginare la sua sorpresa quando siamo andati a dormire e ha visto…le brillavano gli occhi e si è anche un po’ commossa… che belli i suoi occhi, io le dico sempre che sono un miracolo della natura!”
“Luigi, dovresti cercare, forse, di distrarti…”
“Marco, è lei la mia distrazione…lei mi distrae da questa vita atrofizzata… sempre uguale a se stessa, senza sussulti,monotona, piatta… ma che fa male come olio bollente sulla pelle… che ti consuma fuori e dentro, che ti deturpa anche lo sguardo, perché la vita ti cambia e ti cambia sempre in peggio…Lei mi distrae da questa vita che ti tira merda in faccia e non ti chiede neanche scusa… dalle coltellate alle spalle che feriscono l’anima e la fanno sanguinare lasciandola moribonda non avendo pietà nemmeno del suo grido d’aiuto!”
“Non hai mai pensato di andare da un dottore, da uno psicologo che possa aiutarti, magari farti cambiare il modo di vedere le cose?”
“Gli psicologi non fanno per me….stanno lì che ti guardano come se fossi un cretino o nelle migliori delle ipotesi con un sarcastico biasimo che viene il nervoso solo a pensarci! Capaci di dire solo che quello che pensi è sbagliato, ma non sanno dirti cosa è giusto pensare! Che non sanno dare risposte perché ognuno ne ha una personale, salvo che quando pensi di aver trovato una soluzione inesorabilmente non è mai quella giusta! E se dopo tre anni sei sempre allo stesso punto, vuoi sapere di chi è la colpa? La tua naturalmente che non ti impegni per migliorare…”
“Luigi, devi fare qualcosa…ti rendi conto che hai bisogno d’aiuto?! Marta è morta da 5 mesi e tu continui a parlarne come se fosse viva, ti inventi cose fatte insieme a lei, parole che ti ha detto, oggi mi dici che addirittura vuoi sposarla! Non è normale, devi risollevarti, stai impazzendo, capisci?!”
“E pazzia sia,Marco…pazzia sia…lei era la mia rivincita sul mondo…e mi è stata portata via… poteva andare tutto male, ma avevo lei…l’unica persona di cui avevo bisogno… Sai,non mi succede spesso, ma a volte sento la sua voce, mi dice che mi vuole bene… a volte la vedo mentre prepara il tè o mentre disegna cercando di imitare Munch… non andrò mai da uno psichiatra che mi darà antidepressivi o antipsicotici che potrebbero portarmela via una seconda volta… la vita con lei era diventata bella e nei momenti in cui c’è, in cui sento la sua mano appoggiarsi sul cuore diventa di nuovo meravigliosa… per me c’è solo una semplice cosa da fare, vivere la mia pazzia, perché vivendola posso sopravvivere e posso desiderare il domani, posso svegliarmi di nuovo felice la mattina perché so che nell’arco della giornata Marta sarà con me… Io voglio questo, questa è la mia normalità e pensare a qualcosa di diverso è solo pura follia…”

Pubblico un racconto di neuroneuno che potete ammirare anche nella foto.

giovedì 17 giugno 2010

PENSIERO ESTEMPORANEO NUMERO CINQUE


Permane l’avvertimento di Platone: “All’uomo non conviene considerare, riguardo a sé stesso e riguardo alle altre cose, se non ciò che è ottimo e l’eccellente; e inevitabilmente dovrebbe conoscere anche il peggio, giacché la conoscenza del meglio e del peggio è la medesima”.
Si deve fare di tutto per conoscere e far conoscere il “peggio”, dunque.
Ma perché mai la filosofia s’è legata invece strettamente al “meglio” tanto da identificarvisi, e nello stesso tempo ha preteso di essere libera da qualsiasi influenza?
E tuttavia Platone nel momento stesso in cui asseriva il primato del meglio esitava e finiva con l’affermare che l’uomo -cioè il filosofo- avrebbe dovuto conoscere anche il peggio.
Ma sapeva Platone che una volta guardato in faccia il peggio non si sarebbe potuto tornare indietro?
Tutto fa pensare di sì.
E soprattutto il fatto che lui stesso non ha affrontato minimamente la conoscenza del peggio che raccomandava.
In realtà il pessimismo ha affidato la sua causa al vento.
Nel Fedone Platone induce a pensare che il meglio e il peggio in qualche modo si appartengano.
Come se avesse voluto dire che il meglio che può toccare al mondo è il peggio per cui esso è.
O più sommessamente: il pessimismo è la migliore filosofia per coloro che abitano il peggiore dei mondi.
Confessione.
Il pezzo non è mio, ma del filosofo Sgalambro.

martedì 15 giugno 2010

..ed una lucciola, anche d'inverno..


Compreremo un cane da guardia
per i nostri sogni,
faremo un figlio in primavera
e affitteremo qualche fascio dalla luna per illuminare l'acqua del pozzo
e delle serate allegre.
Avremo una culla di legno
una casa circolare e buffa
ed una lucciola, anche d'inverno,
davanti all'uscio.
Ci metteremo i guanti
e strapperemo le erbe cattive del nostro giardino;
con un rastrello tireremo via i sassi
che soffocano le rose.
Mi abbraccerai ogni volta a mezzogiorno
e non avrai più paura degli insetti.
Farò il verso del maiale per farti ridere,
sarò ridicolo, ma tu mi vorrai bene:
ti chiamerò stellina
e tu
non mi dirai più che non mi ami.