martedì 6 luglio 2010

I RIGOLI SOTTILI DEL TRAPASSO 2


7 settembre 2000


DOPO IL TRAMONTO


“Sarebbe rimasto ore ad osservare il tremulo sorriso della candela al buio; il vento giocava con la sua debolezza, ne definiva traiettorie, ne disegnava forme e sentieri.
Il piccolo raggio di sole della notte si contraeva febbrilmente fino a diventare di un azzurro terso per poi incresparsi di nuovo, prima di morire sotto un colpo più intenso.
Trovò la serata bella, ma non piacevole, fisso il celo colmo di stelle, poi la città lontana; con meraviglia la scoprì accogliente piena di luci e di silenzio.
Un treno passato da poco faceva risuonare la campagna e gli parve di sentire sulle guance il calore dei binari, il fremito esasperato dell’attesa.
Gli venne in mente di quando si divertiva a contare i vagoni merci; avrebbe voluto farlo ancora, ma sapeva che non ci sarebbe mai più riuscito, mai più con la stessa attenta scrupolosità con la quale i bambini amano ricoprirsi quando giocano.
Qualcosa lo scosse; da qualche minuto saliva il pianto sommesso di una bambina che chiamava la madre.
La voce sembrava troncarlesi in gola, poi per un momento rimanere sospesa nel silenzio fino a che un singhiozzo nuovo non le dava respiro e coraggio.
Di lontano percepì gli ardori e le luci di una partita di calcio, le urla di protesta e di gioia lo distrassero per qualche attimo, poi si placarono e non gli prestò più molta attenzione.
Fissò di nuovo il portacandele bianco a forma di stella e vi ci soffiò sopra; tutto si fece buio ed un sottile ricamo di fumo gli inasprì le narici.
Adagiò il rosario sullo scanno di legno, si alzò e si portò al balcone.
Guardò in basso e vide il bianco della luna riflettersi sulla strada.
Avrebbe voluto vedersi su quel viale giacere disteso, forse morto; un passante lo avrebbe voltato con orrore e dopo aver soffocato un grido sarebbe corso a chiamare aiuto; forse sarebbe rimasto lì tutta la notte finchè il giorno non avrebbe potuto fare a meno di raccogliere i suoi resti.
Rise di questo suo pensiero; in un momento si accorse di essere stanco, pensò che doveva essere tardi e infilandosi l’anello al dito si rimise a sedere lasciandosi crollare nell’ombra della sedia.
Le pupille gli si erano dilatate e ormai poteva riconoscere le forme dell’oscurità.
Un palo della luce attirò la sua attenzione; si ricordò che gli avevano spiegato come facessero gli uccelli a posarsi sui fili della corrente, ma non riusciva proprio a rammentare quando glielo avessero detto e gli sembrò allora di averlo sempre saputo e di non averlo mai imparato.
Portò la testa tra le mani e dopo aver sorriso pianse disperato sul suo cuore denso di sapori troppo nuovi.
Un battito continuo e greve gli riempì le tempie e il freddo sembrò gelargli le ossa e i pensieri.
Restò muto anche a se stesso.
L’ansia gli accarezzò la fronte, gli baciò la bocca e per poco si sentì perso senza capire come.
Gli pareva di essere precipitato per chilometri in un abisso orribile.
In un solo momento respirò l’angoscia di una sera; voleva ancora piangere, ma nessuna lacrima seppe più bagnargli il viso pallido e scarno.
La soffitta si fece gelida, il cuore gli batteva forte; cercò di accendere di nuovo la candela, ma si mosse impacciato, vuoto , senza senso né pensiero.
Scavò allora dentro di sé trovandovi un profondo malessere; alzò gli occhi verso le stelle lontane; capì: si era sentito solo in quella notte dopo il tramonto.”


Ho scritto questo racconto più di cinquant’anni fa, negli anni della mia maturità classica.
Ero incredibilmente innamorato di una mia compagna di scuola, ma i nostri mondi erano lontanissimi; il suo rifiuto come la mia ostinazione, era incrollabile.
Nei mesi di quella passione frustrata mi sentii, per la prima volta in vita mia, vicino alla pura disperazione, per la prima volta pensai di darmi la morte.
Dopo cinquant’anni ritrovo le stesse vibrazioni di quei giorni; dopo questo lungo vuoto di vita, riabbraccio quel desiderio così distante, quando tutto intorno a me è mutato.
Quelle pagine così lontane, perdute da tanto tempo mi ritornano ora come u gioco sottile del destino, come un intreccio di predestinazioni, di fili multicolori che il logorio dell’esperienza non ha roso e che tornano ora a riabbracciare il mio corpo esile, le mie ossa senili, il mio sguardo di pensatore a riposo.

domenica 27 giugno 2010

I RIGOLI SOTTILI DEL TRAPASSO 1


6 settembre 2000


Negli anni dell’università ho viaggiato spesso su un treno regionale; di quelli squallidi e maleodoranti, ai quali sono destinati gli ultimi binari, quasi sempre senz’acqua e assolutamente sempre in cronico ritardo.
Nelle mattinate, solitamente, ne partivano quattro o cinque; erano dipinti tutti in bianco e verde, tutti facevano la stessa corsa, tutti le stesse interminabili fermate.
Ricordo con estrema lucidità una mattina in cui il paesaggio mi sembrò talmente diverso che, in un momento, ebbi l’angosciosa sensazione di aver sbagliato treno.
In realtà non sarebbe stato possibile un errore del genere perché dalla nostra piccola città non partivano che pochissimi treni ed era inconcepibile confonderli con i nostri regionali.
Mi ero, e me ne resi conto un attimo dopo, semplicemente seduto nella parte destra del treno, anziché nella sinistra, come era mia solita abitudine.
Mi sorprendeva questo scenario così inspiegabilmente mutato e ancor di più mi sorprendeva il fatto di non essermi mai seduto, in tre anni, nella parte destra del treno.
“L’abitudine ci rende ciechi- riflettevo mentre tutte quelle nuove colline mi si svolgevano dinnanzi in riflesso, attraverso l’opaca trasparenza dei vetri sporchi- e ancor più ciechi ci rende la sicurezza della nostra personale visione del mondo”.
Oggi di quel ricordo mi sorprende la straordinaria chiarezza con la quale mi ritorna e la limpidezza della mia immagine seduta nella parte destra del treno, tra la valigetta verde ed il mio stupore.
Erano gli anni in cui la mia maturità prendeva consistenza, assimilava contenuti, valutava le esperienze per farne, in ogni modo, un piccolo bagaglio; anche la mia vita, la vita in genere, andava divenendo un punto di vista ambivalente, un gioco di posizioni estreme in cui tutto si stravolgeva in eccessi lontanissimi tra di loro.
Adesso come allora, tutto questo fa parte del mio carattere; nella mia vecchiaia, purtroppo, nulla di veramente saggio mi hanno insegnato i reumi e gli acciacchi, se si eccettua una diffidenza meticolosa nei confronti della medicina e degli ospedali, dottori compresi.

sabato 19 giugno 2010

LUNGA VITA A SARAMAGO


Dopo aver messo un cappio alla figura di Gesù, strangolandone tutti i contorni indesiderati, la chiesa, mi verrebbe da scrivere, la chiesetta, stringe la corda da secoli anche intorno a chiunque ponga dei dubbi.
Dopo averci restituito un'immagine del cristo ritoccata al Photo Shop, non parliamo di quella della madonna,la chiesa da secoli come un qualunque partito politico, attacca con parole apocalittiche, degne del miglior Berlusoni contro la magistratura, chiunque l'abbia criticata e nicchia su tutto il resto, al di la della statura morale del personaggio.
Mi sarebbe piaciuto leggere articoli così espliciti anche nei confronti per esempio di un Berlusconi, ma questo non può avvenire perchè non essendo di sinistra, si fa per dire, non può essere attaccato così duramente anche se i suoi comportamenti sono dieci mila volte più indegni di quelli di un Saramago.
Saramago muore e la chiesa parla, attacca, con quella rabbia così gratuita che le è particolarmente cara quando si sente ferita.
Se qualcuno leggesse gli ultimi interventi di Saramago capirebbe che al di la del grandissimo scrittore, cosa che alla santa sede interessa evidentemente poco, si è persa in Europa una voce forte e autorevole capace di vedere lucidamente i pericoli di certe direzioni autoritarie che alcuni stati europei stanno prendendo.
Poichè Saramago non credeva in dio non aveva il diritto, secondo la chiesa, di parlarne....ma io mi chiedo sgomento come gente laureata che ha studiato filosofia e telogia possa scrivere cose del genere.
Evidentemente si ha il diritto di parlare di dio solo dopo essersi uniformati al 99 per cento ai dettami cattolici ( l'un per cento di rimanenza libertaria serve per tenere vivo il dibattito).
La presunzione di pensare di poter essere l'unica istituzione in grado di dare una esatta lettura dei vangeli, della figura del cristo e di dio non sono nient'altro che le grida scomposte di chi sa bene di essersi data da sola un'autorità che nessun dio le ha mai concesso.
Allora Saramago può criticare la chiesa e la chiesa non può criticare Saramago?
Certamente...ma innanzi tutto la chiesa dovrebbe usare i toni evangelici e non quelli di satana..e poi bisognerebbe andare a valutare i contenuti delle critiche.
La chiesa lancia contro Saramago degli anatemi del tutto teorici, lo accusa di non essere un buon teologo ( mi viene da ridere mentre lo scrivo ), di essere un materialista..lo accusa in pratica perchè parla e perchè parla di dio in modo che alla chiesa non piace...tutto qui...in pratica la chiesa non potendo criticare il contenuto di quello che Saramago scrive cerca di boicottarne il punto di vista..quello che dici può essere anche vero ma non lo puoi dire perchè non sei un teologo cristiano....la chiesa ha comprato mezza Roma, tante case altrove, ma per fortuna non potrà mai comprare dio...a meno che non faccia un'offerta come si deve.

venerdì 18 giugno 2010

vivere




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“Così le ho detto Marco, è stato un momento magnifico…Lei mi ha guardato e ha detto semplicemente : “era ora…”, è stato il momento più bello della mia vita”
“Luigi non dovresti farlo…”
“E perché non dovrei? Io l’amo e per me è vita, mi piace tutto di lei: la sua mente, i suoi pensieri, il suo modo di giocare, la sua intelligenza, la sua ironia… pensa, sabato sera siamo andati a teatro a vedere il Macbeth, davanti a noi c’era una signora con un cappello improponibile che aveva un’enorme piuma…Marta si è avvicinata all’uomo che l’accompagnava, penso il marito, e le ha detto: “Senta, gli animali non possono entrare”, poi si è girata verso la signora e ha fatto finta di rimanere sorpresa nel vedere che era donna, si è per giunta scusata dicendo che l’aveva scambiata per uno struzzo! Capisci, uno struzzo… incredibile, stavo morendo dal ridere…”
“Sei stanco, vero?”
“Di quale stanchezza parli? Io mi sento forte… mi fa sentire vivo… con lei è diverso rispetto alle altre…la settimana scorsa lo abbiamo fatto in un letto di petali… mi sono fermato dal fioraio, quello vicino casa, il De Girolamo, gli ho chiesto delle rose, due bianche, due rose, due rosse e due blu, mi fa : “gliele incarto?”, “no, non serve”; infatti appena me le ha date ho strappato i petali e li ho messi in una busta, lui a momenti piangeva…poi a casa li ho sparsi nel letto…puoi immaginare la sua sorpresa quando siamo andati a dormire e ha visto…le brillavano gli occhi e si è anche un po’ commossa… che belli i suoi occhi, io le dico sempre che sono un miracolo della natura!”
“Luigi, dovresti cercare, forse, di distrarti…”
“Marco, è lei la mia distrazione…lei mi distrae da questa vita atrofizzata… sempre uguale a se stessa, senza sussulti,monotona, piatta… ma che fa male come olio bollente sulla pelle… che ti consuma fuori e dentro, che ti deturpa anche lo sguardo, perché la vita ti cambia e ti cambia sempre in peggio…Lei mi distrae da questa vita che ti tira merda in faccia e non ti chiede neanche scusa… dalle coltellate alle spalle che feriscono l’anima e la fanno sanguinare lasciandola moribonda non avendo pietà nemmeno del suo grido d’aiuto!”
“Non hai mai pensato di andare da un dottore, da uno psicologo che possa aiutarti, magari farti cambiare il modo di vedere le cose?”
“Gli psicologi non fanno per me….stanno lì che ti guardano come se fossi un cretino o nelle migliori delle ipotesi con un sarcastico biasimo che viene il nervoso solo a pensarci! Capaci di dire solo che quello che pensi è sbagliato, ma non sanno dirti cosa è giusto pensare! Che non sanno dare risposte perché ognuno ne ha una personale, salvo che quando pensi di aver trovato una soluzione inesorabilmente non è mai quella giusta! E se dopo tre anni sei sempre allo stesso punto, vuoi sapere di chi è la colpa? La tua naturalmente che non ti impegni per migliorare…”
“Luigi, devi fare qualcosa…ti rendi conto che hai bisogno d’aiuto?! Marta è morta da 5 mesi e tu continui a parlarne come se fosse viva, ti inventi cose fatte insieme a lei, parole che ti ha detto, oggi mi dici che addirittura vuoi sposarla! Non è normale, devi risollevarti, stai impazzendo, capisci?!”
“E pazzia sia,Marco…pazzia sia…lei era la mia rivincita sul mondo…e mi è stata portata via… poteva andare tutto male, ma avevo lei…l’unica persona di cui avevo bisogno… Sai,non mi succede spesso, ma a volte sento la sua voce, mi dice che mi vuole bene… a volte la vedo mentre prepara il tè o mentre disegna cercando di imitare Munch… non andrò mai da uno psichiatra che mi darà antidepressivi o antipsicotici che potrebbero portarmela via una seconda volta… la vita con lei era diventata bella e nei momenti in cui c’è, in cui sento la sua mano appoggiarsi sul cuore diventa di nuovo meravigliosa… per me c’è solo una semplice cosa da fare, vivere la mia pazzia, perché vivendola posso sopravvivere e posso desiderare il domani, posso svegliarmi di nuovo felice la mattina perché so che nell’arco della giornata Marta sarà con me… Io voglio questo, questa è la mia normalità e pensare a qualcosa di diverso è solo pura follia…”

Pubblico un racconto di neuroneuno che potete ammirare anche nella foto.

giovedì 17 giugno 2010

PENSIERO ESTEMPORANEO NUMERO CINQUE


Permane l’avvertimento di Platone: “All’uomo non conviene considerare, riguardo a sé stesso e riguardo alle altre cose, se non ciò che è ottimo e l’eccellente; e inevitabilmente dovrebbe conoscere anche il peggio, giacché la conoscenza del meglio e del peggio è la medesima”.
Si deve fare di tutto per conoscere e far conoscere il “peggio”, dunque.
Ma perché mai la filosofia s’è legata invece strettamente al “meglio” tanto da identificarvisi, e nello stesso tempo ha preteso di essere libera da qualsiasi influenza?
E tuttavia Platone nel momento stesso in cui asseriva il primato del meglio esitava e finiva con l’affermare che l’uomo -cioè il filosofo- avrebbe dovuto conoscere anche il peggio.
Ma sapeva Platone che una volta guardato in faccia il peggio non si sarebbe potuto tornare indietro?
Tutto fa pensare di sì.
E soprattutto il fatto che lui stesso non ha affrontato minimamente la conoscenza del peggio che raccomandava.
In realtà il pessimismo ha affidato la sua causa al vento.
Nel Fedone Platone induce a pensare che il meglio e il peggio in qualche modo si appartengano.
Come se avesse voluto dire che il meglio che può toccare al mondo è il peggio per cui esso è.
O più sommessamente: il pessimismo è la migliore filosofia per coloro che abitano il peggiore dei mondi.
Confessione.
Il pezzo non è mio, ma del filosofo Sgalambro.

martedì 15 giugno 2010

..ed una lucciola, anche d'inverno..


Compreremo un cane da guardia
per i nostri sogni,
faremo un figlio in primavera
e affitteremo qualche fascio dalla luna per illuminare l'acqua del pozzo
e delle serate allegre.
Avremo una culla di legno
una casa circolare e buffa
ed una lucciola, anche d'inverno,
davanti all'uscio.
Ci metteremo i guanti
e strapperemo le erbe cattive del nostro giardino;
con un rastrello tireremo via i sassi
che soffocano le rose.
Mi abbraccerai ogni volta a mezzogiorno
e non avrai più paura degli insetti.
Farò il verso del maiale per farti ridere,
sarò ridicolo, ma tu mi vorrai bene:
ti chiamerò stellina
e tu
non mi dirai più che non mi ami.

sabato 12 giugno 2010

PENSIERO ESTEMPORANEO NUMERO QUATTRO: ESTEMPORANEO RONDO’.


Nel 203 veniva uccisa una giovane donna cristiana di nome Perpetua, una martire.
Si racconta.
Avrebbe lasciato un diario del proprio martirio.
Avrebbe.
Diligentemente raccolto da un anonimo redattore, ma andiamo al punto.
Il nostro anonimo senza troppa fatica fa del martirio una prova inconfutabile della potenza dello spirito santo, e perché?
Perché solo lo spirito santo avrebbe potuto infondere tanta forza d’animo in una semplice donna così da farle affrontare con serenità una morte tanto atroce.
Il martirio dunque, per il nostro anonimo, è prova dell’esistenza dello spirito santo e quindi della veridicità della Bibbia e della giustezza degli insegnamenti della chiesa.
In realtà il martirio dimostra solo che il martire crede in alcune cose e non che queste cose esistano veramente; ne tanto meno dimostra di per sé che siano le uniche cose giuste per le quali morire.
Ogni epoca e ogni civiltà ha prodotto martiri, di tutti i tipi, di tutte le ispirazioni, religiose, civili e filosofiche.
Se il martirio fosse la prova inconfutabile dell’azione e dell’esistenza dello spirito santo allora esso dovrebbe esistere solo nella religione cristiana, cosa che palesemente non è.
Per quale motivo lo spirito santo avrebbe, per esempio, dato la forza e il sorriso per farsi uccidere a persone che difendevano principi che con la chiesa non c’entravano assolutamente nulla o che rispetto alla chiesa remavano addirittura contro?
Il martire testimonia solo sé stesso, solo le proprie idee, solo il proprio orgoglio.

giovedì 10 giugno 2010

PENSIERO ESTEMPORANEO NUMERO TRE: ESTEMPORANEO ALLEGRETTO.


Nel 1825 Leopardi Giacomo, quasi ignoto poeta, terminò la traduzione del “Manuale” dello stoico greco Epitteto: l’opera non gli fu mai pubblicata, all’epoca non andava di moda, ci voleva roba più italiana.
Ma il punto non è questo.
La morale stoica sta a metà tra quella di un monaco e quella di un guerriero giapponese.
Gente salda, metodica, ferma sui propri principi, che ride del mondo e delle sue vanità come fa lo scoglio del mare in tempesta.
Leopardi però vi è riuscito a vedere l’esatto opposto e nella sua prefazione scrive: “Io per la verità sono di opinione che la pratica filosofica che qui si insegna sia più delle altre accomodata all’uomo, e specialmente agli animi di natura o d’abito non eroico, né molto forti, ma temprati e forniti di mediocre fortezza, o vero eziandio deboli, e però agli uomini moderni più che agli antichi. So bene che a questo mio giudizio è contraria la estimazione universale…”.
Certo tutti contrari e davvero, forse, Leopardi qui ha preso una grande cantonata interpretativa.
L’uomo anche il più grande può perdere di vista l’ovvio quando fa delle proprie idee, pur geniali, gli unici canoni conoscitivi del mondo: qualcosa di simile deve essere accaduto anche a Freud.

lunedì 7 giugno 2010

DEBRIS

L’ha chiusa.

Poteva sbatterla e invece se l’è tirata dietro quasi come una carezza ed io che mi aspettavo un suono bronzeo di deflagrazione non ho sentito niente, più niente per quasi due ore.

Ho fatto finta che fosse ancora in casa, poi ho digerito la verità ed ho guardato la porta.

Nell’ingresso c’è una cesta per le chiavi; dentro ci sono le mie e le sue, non vuole tornare, non subito, voleva comunicarmi qualche cosa di definitivo.
Perché rifletta.

Perché sporchi il mio modo altero di trattare la vita con un po’ di umiltà e di solitudine.

In fondo ho fatto sempre quello che voleva, così mi imbratterò come un maiale nel fango di questi stati virtuosi.

Sarò umile e solo.
A tempo debito, però, e a tempo perso perché lei non ritornerà.

Giro nel salone appoggiandomi all’arredo come fossi cieco.

Viene giù qualche cosa, deve essere il bicchiere che ho lasciato sul bordo del tavolino.

Ne guardo i resti e penso che potrei tenerlo anche così, in questa forma allegorica di similitudine con la mia storia, fino al suo ritorno.

Cocci rotti di nessun valore come quelli di questa cosa finita.

domenica 6 giugno 2010

PENSIERO ESTEMPORANEO NUMERO DUE: ESTEMPORANEO ANDANTE.


Pochi lo sanno.
Quasi una croce bianca con dell’oro al centro, a metà tra un ricordo vaticano e uno stemma medioevale, bianco e oro su campo verde.
Per l’uomo la rucola è una memoria alimentare, è un sapore: “ti piace la rucola?”.
Non ha nessun valore estetico.
Ha seguito un po’ la strada del pomodoro che ha cominciato il suo viaggio in Europa come pianta ornamentale ed ha finito col diventarne un piatto.
Per sé stessa, per la natura, per dio, invece, la rucola è una pianta che ha lo scopo di fare bellissimi e delicatissimi fiori bianchi, languide croci con dell’oro al centro.
La rucola ha uno scopo che l’uomo le nega, l’uomo che anzi la reputa tanto più inutile quanto più è vicina al suo scopo.
Più è vicina a fare i fiori, più è inutile.
È strappata dalle sue radici, poco prima dei fiori. Non è crudele?
È la vita.
È il dominio di chi si muove su chi sta fermo, vogliamo chiamarla evoluzione?
Stranamente la rucola con i fiori per noi diventa qualcosa che non è la vera rucola, ne è quasi una sua deformazione.
È rucola andata a male.

sabato 5 giugno 2010

Cavalcata su Dante

Mi serve una cavalla colta
che mi cavalchi e che mi citi Dante,
a turno torneremo cavallo e cavaliere
e, tra il terzo e il quinto canto dell'Inferno,
stenderemo il primo coito in terza rima.

giovedì 3 giugno 2010

PENSIERO ESTEMPORANEO NEMERO UNO: ESTEMPORANEO, MA NON TROPPO.


Tra il 1550 e il 1551 a Valladolid furono convocati, niente di meno che da Carlo V (imperatore di Spagna e di molto altro) numerosi dottori e teologi, tra cui niente di meno che Juan Ginés de Sepulveda e Bartolomé de Las Casas (nemici giurati), per poter arrivare a capo di alcune questioni delicatissime.
Ma facciamo un passo indietro.
Nel 1493 il papa Alessandro VI aveva stabilito nella bolla “Inter Cetera” (non si sa bene con il permesso e l’autorità di chi) che tutte le terre del nuovo mondo nelle quali si era inciampati dovevano per diritto (del più forte?) appartenere agli spagnoli, con l’implicita (nemmeno tanto) promessa di diffondervi la fede cristiana.
Un atto molto generoso visto che il papa regalava cose e persone e terre non sue, ma poiché gli indios subito mostrarono una deprecabile incapacità di comprendere questa generosità, addirittura cercando di respingere gli spagnoli e di non farsi schiavizzare, negli anni successivi sorsero dei problemi.
D’altra parte poteva mai immaginare il papa che questi indios fossero tanto selvaggi da voler addirittura evitare che le proprie vite venissero sconvolte dalle malattie, dalle violenze, dai fucili, dalla schiavitù, in una parola dalla civiltà europea e cristiana? No, certo non poteva…magari, però, un dubbio gli poteva venire...tanto spirito santo a perdere e poi…
E poi siamo al 1550.
E le questioni erano: gli indios si potevano massacrare subito o bisognava prima predicare il vangelo e massacrarli dopo? E ancora: essi erano schiavi di natura o li si doveva fare schiavi solo dopo che si fossero rifiutati di diventare sudditi di Carlo V?
Che gli spagnoli potessero semplicemente tornare indietro o pacificamente commerciare con questi nuovi popoli, dovette sembrare all’epoca poco imperiale e poco papabile.
Si fece presto anche a glissare sul fatto che quelle terre, forse, proprio degli spagnoli non erano, visto che erano state regalate loro da uno (il papa) che gli indios li aveva visti solo in cartolina (si fa per dire).
Il punto forte della riunione era che a Valladolid non c’era nemmeno un indios di rappresentanza.
Sarebbe stato molto più semplice, volendo risolvere rapidamente la questione, andare dagli indios e chiedere: volete essere evangelizzati con le buone o con le cattive? Massacrati subito o tra poco? Siete schiavi per natura? Siete delle bestie? Ce l’avete l’anima?
Volete che gli indios non sapessero se erano delle bestie o degli schiavi naturali?
Che cosa ci sarebbe potuto essere di più razionale che chiedere direttamente agli indios che cosa gli indios fossero e se volessero cedere gentilmente le loro terre, le loro donne e i loro uomini?
C’era pericolo di sbagliare?
Che gli indios non sapessero se erano uomini o animali? Che non conoscessero se stessi?
Ma la fede è un atto razionale e gli indios nella loro cattiveria non credevano in dio, nel nostro, anzi, nel loro, quello del papa, della Spagna, dei teologi…ma soprattutto non avevano niente per difendere la loro bestialità e cattiveria e idolatria, il loro essere indios insomma, né un cannone, né un fucile.

lunedì 31 maggio 2010

GIORNALE LOCALE

Giornale locale


L’uomo alto e grosso della stazione stasera sembrava uno di quegl’orsi che, quando si sentono spossati dagli anni, cercano un posto silenzioso, notturno, dove accasciare l’ultima volta il corpo pesante, quasi già senza vita ed esalare gli ultimi respiri e morire così, soli, senza occhi pietosi; così, soli, senza compianti, senza compagni, soltanto con le proprie solitarie e prolungate bestemmie.
Aldo mi pare che si chiami; ogni tanto mi dice il suo nome e qualcosa di sé, dei suoi vizi, di sua moglie, della sua amante, del suo divorzio, del rottame che ormai è diventata la sua vita.
Il suo nome me lo dice sempre subito , ma io comincio a comprenderlo più o meno dopo la terza o quarta frase.
Biascica le parole veloci e disordinate, intercala ogni tanto con un “Hai capito?” e poi riprende veloce, più veloce di prima, senza aspettare risposta; gli interessa soprattutto parlare, si vede, di essere ascoltato solo ogni tanto.
Ogni tanto quando è più ubriaco lo vedo confessarsi con il primo cartellone pubblicitario della stazione.
Al primo impatto il suo alito mi da sempre un po’ di noia, io non sopporto l’alcool e non bevo mai; poi mi immergo nel ritmo della sua voce e capisco di quale “fatto” vuole parlarmi.
Sono tre o quattro i fatti della sua vita, sempre gli stessi, sempre uguali ed io ormai li conosco bene e quasi mi sembra di aver trascorso con Aldo tutta la mia giovinezza.
Una vita e quattro fatti che le girano intorno, una vita raccontata senza più presente, sempre al passato, sempre in un tempo morto: Aldo stesso da un pezzo non si vive più e si trascura come se fosse anche lui un tempo morto, un tempo zoppo, passato, senza più voglia di futuro.
Stasera mi sembrava più sobrio, ma più scuro, non si è fermato né con me, né con il cartellone della stazione; mi ha visto , mi ha salutato con un cenno molto distratto e poi si è seduto sulla panchina lontana, un po’ buia, l’ultima del marciapiede ferroviario.
Ieri però si è fermato, mi ha raccontato dell’ultima volta che ha picchiato la moglie e di lei che con il sangue alla bocca e le lacrime agli occhi gli gridava: “Che cosa ti ho fatto? Che cosa? Che cosa non ti ho dato in questi anni?”.
Lui allora l’ha presa per la gola perché non sopporta quando gli si dice la verità, perché anche lui lo sa che ha torto e nessuno glielo deve dire.
Questo fatto me lo ha raccontato già parecchie volte; sono due anni che non vede la moglie che è scappata sempre piangendo e gridando, lasciandogli qualche maledizione, due vestiti ed un rossetto.
Stasera però non si è fermato, credo proprio che sia sobrio; quando Aldo beve non pensa mai, mi parla, parla fino a che non si addormenta sulla panchina o, sotto il lampione o dentro al cesso della stazione.
Stasera invece pensava, si vedeva, pensava e si malediceva; mi è sembrato di vedergli tra le mani, ma la mia vista è pessima, un oggetto nero; poteva essere una pistola o poteva essere la mia fantasia.
Aldo potrebbe farlo, mi sembra proprio uno che potrebbe farlo; una volta mi disse che non avrebbe voluto morire di Vermouth, come tanti, come un alcolizzato.
Di lontano vedo il mio autobus, cerco di salutarlo, ma lui continua a maledirsi piegato su quel sacchetto trasparente che stringe tra le mani; domani, forse, ne leggerò qualcosa sul giornale locale.

venerdì 28 maggio 2010

Perchè il paradiso di Rifeo.

L'arte è il luogo dell'improbabile, della sorpresa, dell'errore.
E'il luogo di un merito premiato con paradigmi non consueti. Perchè Rifeo, troiano e pagano, è in paradiso? Per uno sbaglio? Per una concessione straordinaria? Per quella grazia che non tocca a noi di giudicare? Nessuno può rispondere con assoluta certezza.
Perchè Rifeo? Qurel posto tra le luci sante non spetterebbe di diritto a Virgilio? All'amico, al creatore poetico sommo, al maestro?
No Virgilio è destinato a sospirare in Eterno lontano dalla luce, mentre Rifeo gode di un privilegio che è quasi stucchevole nella sua incomprensibilità.
Scrivere, celebrare la parola è iniziare questo viaggio di verità indimostrabili, dimenticando il peso del giudizio.
Scrivere è abbandonare la solidità di parametri fissi, è ottenere il paradiso senza cercare la fama.
Se dio esistesse il posto dell'arte sarebbe inspiegabilmente vicino a lui.


Chi crederebbe giù nel mondo basso
che Rifeo Troiano in questo tondo
fosse la quinta delle luci sante?