Giornale locale
L’uomo alto e grosso della stazione stasera sembrava uno di quegl’orsi che, quando si sentono spossati dagli anni, cercano un posto silenzioso, notturno, dove accasciare l’ultima volta il corpo pesante, quasi già senza vita ed esalare gli ultimi respiri e morire così, soli, senza occhi pietosi; così, soli, senza compianti, senza compagni, soltanto con le proprie solitarie e prolungate bestemmie.
Aldo mi pare che si chiami; ogni tanto mi dice il suo nome e qualcosa di sé, dei suoi vizi, di sua moglie, della sua amante, del suo divorzio, del rottame che ormai è diventata la sua vita.
Il suo nome me lo dice sempre subito , ma io comincio a comprenderlo più o meno dopo la terza o quarta frase.
Biascica le parole veloci e disordinate, intercala ogni tanto con un “Hai capito?” e poi riprende veloce, più veloce di prima, senza aspettare risposta; gli interessa soprattutto parlare, si vede, di essere ascoltato solo ogni tanto.
Ogni tanto quando è più ubriaco lo vedo confessarsi con il primo cartellone pubblicitario della stazione.
Al primo impatto il suo alito mi da sempre un po’ di noia, io non sopporto l’alcool e non bevo mai; poi mi immergo nel ritmo della sua voce e capisco di quale “fatto” vuole parlarmi.
Sono tre o quattro i fatti della sua vita, sempre gli stessi, sempre uguali ed io ormai li conosco bene e quasi mi sembra di aver trascorso con Aldo tutta la mia giovinezza.
Una vita e quattro fatti che le girano intorno, una vita raccontata senza più presente, sempre al passato, sempre in un tempo morto: Aldo stesso da un pezzo non si vive più e si trascura come se fosse anche lui un tempo morto, un tempo zoppo, passato, senza più voglia di futuro.
Stasera mi sembrava più sobrio, ma più scuro, non si è fermato né con me, né con il cartellone della stazione; mi ha visto , mi ha salutato con un cenno molto distratto e poi si è seduto sulla panchina lontana, un po’ buia, l’ultima del marciapiede ferroviario.
Ieri però si è fermato, mi ha raccontato dell’ultima volta che ha picchiato la moglie e di lei che con il sangue alla bocca e le lacrime agli occhi gli gridava: “Che cosa ti ho fatto? Che cosa? Che cosa non ti ho dato in questi anni?”.
Lui allora l’ha presa per la gola perché non sopporta quando gli si dice la verità, perché anche lui lo sa che ha torto e nessuno glielo deve dire.
Questo fatto me lo ha raccontato già parecchie volte; sono due anni che non vede la moglie che è scappata sempre piangendo e gridando, lasciandogli qualche maledizione, due vestiti ed un rossetto.
Stasera però non si è fermato, credo proprio che sia sobrio; quando Aldo beve non pensa mai, mi parla, parla fino a che non si addormenta sulla panchina o, sotto il lampione o dentro al cesso della stazione.
Stasera invece pensava, si vedeva, pensava e si malediceva; mi è sembrato di vedergli tra le mani, ma la mia vista è pessima, un oggetto nero; poteva essere una pistola o poteva essere la mia fantasia.
Aldo potrebbe farlo, mi sembra proprio uno che potrebbe farlo; una volta mi disse che non avrebbe voluto morire di Vermouth, come tanti, come un alcolizzato.
Di lontano vedo il mio autobus, cerco di salutarlo, ma lui continua a maledirsi piegato su quel sacchetto trasparente che stringe tra le mani; domani, forse, ne leggerò qualcosa sul giornale locale.
Sbarco su Marte!
7 anni fa

2 commenti:
ciao amico fleg! dd
correggi il titolo :)
mi piace il tuo stile, e il fatto che abbia introdotto subito in scena un outsider della società. mi dice qualcosa di come osservi il mondo, della tua disillusa melanconia. ti leggo
il racconto mi è piaciuto per stile, asciutto e moderno, e nei contenuti, una storia attuale, metropolitana; certo triste ma tratteggiata con il piglio giornalistico di chi riferisce i fatti, senza concessioni al melodramma.
Caro Fleg non sono un bravo recensore, accontentati dunque delle sensazioni che riporto e traduco come commento al tuo lavoro. Di solito i miei commenti sono molto sintetici: bello! - una cagata! non sarà elegante ma rende l'idea.
Leggerò con piacere il resto.
Granchio
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