lunedì 7 giugno 2010

DEBRIS

L’ha chiusa.

Poteva sbatterla e invece se l’è tirata dietro quasi come una carezza ed io che mi aspettavo un suono bronzeo di deflagrazione non ho sentito niente, più niente per quasi due ore.

Ho fatto finta che fosse ancora in casa, poi ho digerito la verità ed ho guardato la porta.

Nell’ingresso c’è una cesta per le chiavi; dentro ci sono le mie e le sue, non vuole tornare, non subito, voleva comunicarmi qualche cosa di definitivo.
Perché rifletta.

Perché sporchi il mio modo altero di trattare la vita con un po’ di umiltà e di solitudine.

In fondo ho fatto sempre quello che voleva, così mi imbratterò come un maiale nel fango di questi stati virtuosi.

Sarò umile e solo.
A tempo debito, però, e a tempo perso perché lei non ritornerà.

Giro nel salone appoggiandomi all’arredo come fossi cieco.

Viene giù qualche cosa, deve essere il bicchiere che ho lasciato sul bordo del tavolino.

Ne guardo i resti e penso che potrei tenerlo anche così, in questa forma allegorica di similitudine con la mia storia, fino al suo ritorno.

Cocci rotti di nessun valore come quelli di questa cosa finita.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

puffo, ti preferisco così piuttosto che nelle vesti di filosofo. che poi secondo me ti vanno anche larghe, data la tua statura puffesca.
indovinato chi sono?
;P

Anonimo ha detto...

sapevo che il richiamo francese non avrebbe potuto tenerti lontano a lungo da questo racconto...